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27 GEN 2017 --- Accreditamento Tribunale di Lucca

Anche la Sezione Fallimentare del Tribunale di Lucca accredita la Co.Le.Fin. S.p.a. per operazioni di smobilizzo crediti delle Procedure Concorsuali attraverso lo strumento della riscossione stragiudiziale e giudiziale dei crediti commerciali ovvero mediante la cessione "pro soluto" dei medesimi crediti e di quelli erariali.

I curatori che fossero interessati a tali servizi potranno richiedere info al numero verde 800.17.42.62.

Si ringrazia la Sezione Fallimentare del Tribunale di Lucca per la fiducia accordata.

Per maggioi informazioni visitate la sezione http://www.colefin.com/procedure-concorsuali/ 



14 GIU 2016 --- Accreditamento Co.Le.Fin. S.p.a. alla sezione Fallimentare del Tribunale di Nola

Anche la Sezione Fallimentare del Tribunale di Nola accredita la Co.Le.Fin. S.p.a. per operazioni di smobilizzo crediti delle Procedure Concorsuali attraverso lo strumento della riscossione stragiudiziale e giudiziale dei crediti commerciali ovvero mediante la cessione "pro soluto" dei medesimi crediti e di quelli erariali.

I curatori che fossero interessati a tali servizi potranno richiedere info al numero verde 800.17.42.62.

Si ringrazia la Sezione Fallimentare del Tribunale di Nola per la fiducia accordata.

Per maggioi informazioni visitate la sezionehttp://www.colefin.com/procedure-concorsuali.php



23 MAG 2016 --- Accreditamento Co.Le.Fin. S.p.a. alla sezione Fallimentare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere

In data 12/05/2016, la Co.Le.Fin. S.p.a. è stata accreditata al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per operazioni di smobilizzo crediti delle Procedure Concorsuali attraverso lo strumento della riscossione stragiudiziale e giudiziale dei crediti commerciali ovvero mediante la cessione "pro soluto" dei medesimi crediti e di quelli erariali.

I curatori che fossero interessati a tali servizi potranno richiedere info al numero verde 800.17.42.62.

Si ringrazia la Sezione Fallimentare del Tribunale di Santa Maria Capua Vetere per la fiducia accordata.

Per maggioi informazioni visitate la sezione http://www.colefin.com/procedure-concorsuali.php 



12 FEB 2016 --- Colefin diventa Società per Azioni

I soci della Colefin, nell'assemblea straordinaria del 10 Febbraio 2016, hanno deliberato la trasformazione della stessa in Società per Azioni, in attuazione del programma industriale e finanziario approvato dall'organo amministrativo e teso alla crescita in un mercato più strutturato. Da oggi, Co.Le.Fin. S.p.a. !!!



23 OTT 2015 --- Defiscalizzazione dei crediti irrecuperabili

Trattamento fiscale applicabile alle nuove ipotesi di deducibilità fiscale delle perdite su crediti

 Con riferimento alla determinazione delle perdite su crediti tramite un processo valutativo, tra gli elementi che possono rendere definitiva la perdita, va verificata la situazione di insolvenza non temporanea che esclude la possibilità di un futuro adempimento del debitore.

Secondo la Circolare 26/E/2013 sono atti a dimostrare l’impossibilità di recuperare il credito:

-  l’irreperibilità del debitore dimostrata da idonee procedure civilistiche e penalistiche;

- la documentazione attestante l’esito negativo delle azioni esecutive (es: verbale di pignoramento negativo) convalidata da una valutazione complessiva della situazione economica/patrimoniale del debitore;

-  la documentazione del legale o delle agenzie di recupero crediti incaricati della riscossione, attestanti l’impossibilità di recupero del credito e l’oggettiva situazione di incapienza patrimoniale del debitore.

 Per i crediti di modesto importo (inferiori ad €.2.500,00) si può prescindere dalla ricerca di rigorose prove formali considerato che intraprendere azioni di recupero potrebbe verificarsi antieconomico.

In questo caso è necessario dimostrare l’antieconomicità della riscossione confrontando i costi della procedura, secondo i prezzi mediamente praticati nel mercato, con l’importo del credito (costi di recupero uguali o maggiori del credito da recuperare).

Dimostrata l’antieconomicità dell’azione di recupero, ai fini della deducibilità, è necessario, però, allegare idonea documentazione a dimostrazione dell’attività svolta dal creditore, anche a mezzo agenzia di recupero crediti autorizzata, per riscuotere il proprio credito. (es: solleciti bonari, atti di significazione, diffide e messe in mora inviate a mezzo raccomandata A/R o Pec, relazioni negative di esattori domiciliari)

Ciò posto, per crediti superiori a 2.500,00 euro, ai fini della defiscalizzazione, l’azione legale è il migliore strumento per raggiungere l’obiettivo nella massima ritualità e secondo la disciplina di cui alla circolare dell’Agenzia dell’Entrate n.26/E/2013 .

Per maggiori info, contattaci al numero verde 800.17.42.62 oppure compila il form sul sito www.colefin.com per essere ricontattato da un ns. funzionario.



06 OTT 2015 --- Non è sempre possibile rifiutare il pagamento a mezzo di assegno bancario

Gli impedimenti al riconoscimento dell’efficacia estintiva del debito pecuniario e liberatoria del debitore vengono rinvenuti nelle regole codicistiche che impongono l’obbligo di provvedere al pagamento alla scadenza con moneta avente corso legale presso il domicilio del creditore, desunte degli artt. 1277 c.c. e 1128, comma 3, che spingono a collocare questa modalità esecutiva della prestazione pecuniaria nell’orbita dell’istituto della prestazione in luogo dell’adempimento disciplinato dell’art. 1197 c.c. A fronte dell’esibizione di un assegno bancario, il creditore, a differenza di quanto accade per l’offerta di contante, può rifiutare la ricezione, purchè riesca a dimostrare un motivo sufficientemente grave alternativo e distinto rispetto a quello incentrato sulla diversità della prestazione.

Elenchiamo di seguito alcune pronunce giurisprudenziali in materia:

 

Cassazione civ., Sez. Unite, 18 dicembre 2007, n. 26617 (assegno circolare)

Dando una lettura innovativa e costituzionalmente orientata sia dell’art. 1277 c.c. che dell’art. 1182, comma 3 c.c. (e della nozione di domicilio del creditore ivi richiamata), le Sezioni Unite risolvono il contrasto in atto sull’idoneità solutoria del pagamento fatto a mezzo di assegno circolare affermando che nelle obbligazioni pecuniarie, il cui importo sia inferiore a 12.500 euro o per le quali non sia imposta per legge una diversa modalità di pagamento, il debitore ha facoltà di pagare a sua scelta, in moneta avente corso legale nello Stato o mediante consegna di assegno circolare; nel primo caso il creditore non può rifiutare il pagamento mentre nel secondo può farlo solo per giustificato motivo da valutare secondo la regola della correttezza e della buona fede oggettiva; l’estinzione delle obbligazioni con l’effetto liberatorio del debitore si verifica nel primo caso con la consegna della moneta e nel secondo quando il creditore acquista concretamente la disponibilità giuridica della somma di denaro, ricadendo sul debitore il rischio dell’inconvertibilità dell’assegno.

 

Cassazione civ., Sez II, 19 novembre 2008, n. 27520 (bonifico bancario)

in tema di adempimento delle obbligazioni monetarie, l’obbligo di provvedere al pagamento alla scadenza con moneta avente corso legale e presso il domicilio del creditore, desumibile degli artt. 1182, comma 3, e 1277 c.c.,  non può essere assolto dal debitore, di sua iniziativa e senza il preventivo accordo con il creditore, con il pagamento mediante bonifico bancario, costituendo tale modalità inesatto adempimento privo di efficacia liberatoria, in quanto non equivalente al versamento in danaro e non assimilabile al pagamento mediante titoli di credito di sicura copertura quali gli assegni circolari.

 

Cassazione civ., Sez. Unite, 4 giugno 2010, n. 13658 (assegno bancario)

Nell’ambiente socio-economico l’assegno circolare e quello bancario costituiscono mezzi normali di pagamento, con la conseguenza che se il debitore paga con assegno circolare o con altro sistema che assicuri ugualmente la disponibilità della somma dovuta, il creditore può rifiutare il pagamento solo per giustificato motivo che deve allegare e all’occorrenza anche provare.

 

Cassazione civ., Sez. III, 10 marzo 2008, n. 6291 (assegno di traenza)

Nelle obbligazioni pecuniarie, il pagamento effettuato con assegno di traenza, che è connotato dalla precostituzione  della provvista presso la banca e che, pertanto, assicura la disponibilità della somma dovuta, può essere rifiutato dal creditore solo per giustificato motivo; in caso di pagamento effettuato con il predetto mezzo, l’estinzione dell’obbligazione con l’effetto liberatorio per il debitore si verifica quando il creditore acquista concretamente la disponibilità giuridica della somma di denaro, ricadendo sul debitore il rischio dell’inconvertibilità dell’assegno.

 

Cassazione civ., Sez. II, 30 settembre 2014 , n. 20643 (comportamento concludente)

Nelle obbligazioni pecuniarie, in mancanza di specifiche pattuizioni circa le modalità di pagamento, il debitore deve adempire con moneta avente corso legale, ai sensi dell’art. 1277 c.c., potendosi desumere anche dal comportamento delle parti l’esistenza di un accordo tacito tale da far ritenere derogato detto principio. (Nella specie, la S.C. ha negato la sussistenza di un accordo tacito che imponesse al creditore di ricevere il pagamento a mezzo di assegni bancari del residuo del prezzo di una compravendita immobiliare, pur avendo dapprima lo stesso accettato la consegna di un assegno per l’acconto versato in sede preliminare).

 

Cassazione civ., Sez III, 9 giugno 2011, n. 12719 (clausola salvo incasso)

Al fine di verificare il rispetto del termine di adempimento delle obbligazioni pecuniarie, il rilascio di assegni bancari determina l’estinzione del debito nel momento dell’effettivo pagamento del titolo.

 

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10 MAG 2015 --- Le possibili cause di rinvio dell’approvazione del bilancio di esercizio

Le particolari esigenze che possono giustificare l’utilizzo del maggior termine di 180 giorni per l’approvazione del bilancio sono:

ADOZIONI DI NUOVI PRINCIPI CONTABILI OIC E IAS

Anche se non direttamente riconducibile ad una particolare esigenza connessa alla struttura e all’oggetto della società, l’adozione di nuovi principi contabili nazionali e internazionali può giustificare il rinvio di termini ordinari di approvazione del bilancio qualora comporti valutazioni e stime di particolare complessità con riferimento a determinate attività o passività.

DIMISSIONI DEGLI AMMINISTRATORI

Le dimissioni degli amministratori in prossimità del termine ordinario di convocazione dell’assemblea per l’approvazione del bilancio possono giustificare il ricorso al termine allungato si 180 giorni qualora i nuovi membri del consiglio di amministrazione che subentrano necessitino di un adeguato lasso temporale per raccogliere i dati contabili e verificarli.

OPERAZIONI STRAORDINARIE

Anche le operazioni straordinarie effettuate nel corso dell’esercizio che hanno comportato una riorganizzazione e revisione della struttura organizzativa della società, quali la fusione, la scissione, la trasformazione o, ancora, il conferimento di azienda, rappresentano una particolare esigenza che legittima il rinvio dei termini ordinari di approvazione del bilancio.

SEDI OPERATIVE DISTACCATE

La proroga del termine di approvazione del bilancio potrebbe essere giustificata anche dall’esistenza di sedi o unità operative o cantieri distaccati in Italia o all’estero, ciascuno con autonomia gestionale e contabile, quindi il consolidamento dei risultati ha tempi lunghi.

Anche la variazione di sistemi e programmi informatici utilizzati dalla società per rilevare le operazioni di gestione e tenuta della contabilità, solitamente effettuata a partire da inizio anno, può essere un’esigenza che legittima il ricorso al termine di 180 giorni per l’approvazione.

 

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26 APR 2015 --- Fallimento ed insinuazione al passivo - Prova del credito della banca derivante da conto corrente e irrilevanza del saldo finale

La Banca che voglia insinuarsi al passivo fallimentare per il recupero di un credito derivante da un affidamento regolato su di un conto corrente di corrispondenza non può limitarsi a produrre l’estratto del libro giornale dei crediti in sofferenza, sia pure con attestazione di un notaio sulla regolare vidimazione del libro giornale e sulla conformità alla legge della contabilità della Banca, ma deve necessariamente produrre anche gli estratti di conto corrente. Con la conseguenza che, se gli estratti di conto corrente sono prodotti soltanto in sede di successiva opposizione allo stato passivo, la Banca, ancorché vittoriosa, non può ottenere la condanna della Curatela al pagamento delle spese di lite, avendo dato causa al giudizio di opposizione con la sua produzione tardiva.

Infatti, se è vero che l’anticipazione bancaria è regolata su conto corrente di corrispondenza, e che la disciplina delle operazioni bancarie in conto corrente, e precisamente l’art. 1857 cod. civ., richiama, tra gli altri, l’art. 1832 cod. civ. sull’approvazione del conto non contestato nei termini dal correntista, è altrettanto vero che il regime di approvazione di cui all’art. 1832 cit. (pur con tutti i limiti che sono noti) vale soltanto tra le parti del rapporto di conto corrente bancario, e cioè tra la Banca ed il correntista, e soltanto in questo rapporto è opponibile dalla Banca al correntista. Viceversa, al curatore, che è terzo rispetto al predetto rapporto, la Banca non può opporre gli effetti che dall’approvazione anche tacita del conto e dalla decadenza dalle impugnazioni derivano tra le parti del contratto di conto corrente di corrispondenza.

Secondo la Cassazione" Non si può assegnare a detti estratti conto il valore probatorio circa la veridicità e l’esistenza del credito che dalla mancata contestazione o impugnazione deriva allorché il rapporto si svolge inter partes. Né la banca potrebbe invocare la norma dell’art. 2710 c.c. in relazione alle risultanze interne dei suoi libri contabili, e ciò per la considerazione che le contestazioni eventualmente insorte in sede di formazione dello stato passivo […] tra il curatore e il creditore istante non danno luogo né si configurano come una controversia tra imprenditori”. (Corte di Cassazione, 9 maggio 2001 n. 6465)

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17 APR 2015 --- RECUPERO IVA E DEDUCIBILITA’ FISCALE IN CASO DI INESIGIBILITA' DEL CREDITO A SEGUITO DI PROCEDURE CONCORSUALI O AZIONI ESECUTIVE INFRUTTUOSE NEI CONFRONTI DEL DEBITORE.

Come gestire correttamente la rilevazione di una perdita su crediti (con deducibilità fiscale) e la possibilità di emettere la nota di accredito per il recupero dell’Iva fatturata in precedenza? 

Questione approfondita dal Sole 24 Ore che precisa che "... si tratta di due sfaccettature dello stesso evento – cioè l’ingresso del debitore in una procedura volta a disciplinare gli effetti dell’insolvenza – che non dovrebbero essere temporalmente separate, anche se l’amministrazione “ritarda” l’emissione della nota di accredito.
Questa riflessione si trova sia nella relazione accompagnatoria del decreto semplificazioni (articolo 31, Dlgs 175/2014), sia nella norma di comportamento 192/2015 dell’Associazione italiana dottori commercialisti (Aidc), la quale, tra l’altro, evidenzia una serie di anomalie tra la norma italiana (articolo 26, comma 2 del decreto Iva) e la direttiva comunitaria 2006/112/Ce, da cui la disciplina interna non dovrebbe mai discostarsi.
Ma andiamo con ordine, analizzando prima di tutto come il fenomeno delle procedure previste dalla legge fallimentare è trattato nell’ambito dell’imposizione sui redditi. La norma di riferimento, per il creditore, è l’articolo 101 comma 5, del Tuir, mentre i riflessi per il debitore sono trattati dall’articolo 88 comma 4.
La prima disposizione è stata in passato spesso oggetto di contenzioso, ma sia il legislatore (prima con il Dl 83/2012, poi con la legge di stabilità 2014) sia l’agenzia delle Entrate (circolari 26/E/2013 e 14/ E/ 2014) hanno fatto passi importanti in favore di una disciplina in grado di guidare le imprese senza i pregiudizi del passato.
Quando il debitore è sottoposto a una procedura concorsuale dal punto di vista reddituale si verifica una sorta di automatismo: la perdita (correttamente) rilevata a conto economico, è deducibile senza che vada dimostrata l’esistenza di quegli “elementi certi e precisi” che, per legge, sono insiti nell’apertura della procedura.
Dottrina e amministrazione finanziaria ora concordano: l’apertura della procedura costituisce il momento “a decorrere dal quale”, e in relazione alle scelte operate in bilancio sulla base delle informazioni ricevute dagli organi della procedura, è possibile dedurre la perdita su crediti, parzialmente o integralmente a seconda dei casi. Il tutto senza con ciò impedire che, successivamente, altri eventi possano portare a correggere in senso positivo o negativo la scelta effettuata. Ci si augura ora che analoghi principi vengano seguiti dalla Cassazione, la quale in passato ha alternato posizioni diverse.
L’articolo 101 non cita il “piano attestato” previsto dall’articolo 67, lettera d), della legge fallimentare, nonostante tale procedura sia regolata dall’articolo 88 del Tuir per gli effetti sul debitore. Ad ogni modo, anche grazie, anche grazie gli offerti dalla circolare 26/E/2013. Si può ritenere che l’esistenza di una tale procedura possa costituire un <<elemento certo e preciso>> da cui derivare le opportune considerazioni sul trattamento contabile e fiscale del credito vantato nei confronti del debitore . Meno chiara, invece, è la posizione dei creditori che risultano estranei all’accordo di ristrutturazione, di cui l’articolo 182-bis della legge fallimentare prevede il pagamento integrale.
In tema di Iva, invece, storicamente l’amministrazione consente ai creditori l’emissione della nota di accredito solo al termine della procedura, creando una discrasia difficilmente comprensibile. E generando, inoltre, un certo imbarazzo nel trattare a livello contabile e fiscale. Questa “potenzialità sospesa” legata all’eventuale emissione di fattura della nota di accredito. Di fatto: alcuni optano per mantenere comunque in bilancio la quota di credito relativa all’Iva; altri, invece, preferiscono portare a perdita anche questo importo, salvo poi, in caso e al momento dell’emissione della nota, rilevare la sopravvenienza attiva relativa all’Iva stornata.
Chi scrive ritiene legittimo quest’ultimo comportamento, in quanto sia l’insinuazione al passivo fallimentare che il successivo costante “monitoraggio” della procedura ai fini dell’emissione della nota di accredito (che resta sempre una facoltà, e mai un obbligo del contribuente) sono scelte d’impresa, liberamente declinabili indipendentemente dalle conseguenze fiscali.
Inoltre, a voler essere rigorosi nella redazione del bilancio, per questo “credito sospeso” sino al termine (e all’infruttuosità) della procedura è difficile individuare il debitore, visto che il fallito è insolvente e l’Erario non riconosce, nel periodo transitorio, alcuna posizione creditoria..."


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15 APR 2015 --- Recupero crediti verso condominio - difficoltà applicative

Per chi deve recuperare un credito nei confronti di un condominio si pongono da sempre diversi problemi, che la giurisprudenza, prima, e la recente legge di riforma 220/2012, poi, hanno tentato di risolvere non sempre con grande successo. Il primo intervento legislativo che ha tentato di mettere ordine nella materia risale proprio alla recentissima legge di riforma del diritto condominiale, con la nuova versione dell'articolo 63 delle disposizioni attuative del Codice civile.

Nel lunghissimo periodo di vuoto legislativo, ci si è pertanto affidati agli insegnamenti della Cassazione, che ha dapprima introdotto di fatto il sistema della solidarietà del debito, in base al quale qualunque condomino poteva essere aggredito dai creditori per l'intero debito condominiale, salvo poi (con la sentenza 9148/2008) ripiegare sul criterio della parziarietà: con la conseguenza che i condomini potevano essere chiamati a rispondere del debito condominiale solo pro quota.
Con il nuovo articolo 63 delle disposizioni attuative del Codice civile c'è, la prima volta, una parvenza di disciplina per il "recupero crediti" nei confronti dei condomini. In sostanza, l'articolo 63 ha stabilito il divieto, per il terzo creditore, di agire contro i condomini in regola con i pagamenti (delle spese condominiali) se non dopo aver inutilmente escusso quelli morosi, il cui elenco dovrà essergli fornito dallo stesso amministratore. Neppure una parola, tuttavia, è stata spesa per stabilire se potrà essere richiesto, al singolo condomino, l'intero credito reclamato dal terzo o solo la propria quota proporzionale.

Il decreto Destinazione Italia e la legge di stabilità hanno corretto alcune norme della legge 220/2012 che si erano subito rilevate di difficile applicazione, ma non hanno modificato l'articolo 63 delle disposizioni attuative. Al momento, quindi, l'unica cosa certa è che il terzo creditore debba munirsi di un titolo esecutivo nei confronti del condominio, notificarlo (così come già avveniva prima della legga di riforma) all'amministratore dello stabile, per poi richiedere a quest'ultimo l'elenco dei condomini inadempienti verso il pagamento delle spese condominiali. Fatto questo, cominciano le criticità: cosa fare se l'amministratore non fornisce l'elenco richiesto, come agire (per l'intero credito o solo pro quota) nei confronti dei singoli condomini? Su questi punti l'articolo 63 non dice nulla.
Al momento, pertanto, appaiono possibili (da parte del legale del creditore) due strade: o rivolgersi al Tribunale perché ordini all'amministratore di fornire l'elenco, o procurarsi in qualche modo l'elenco dei condomini e notificare a ognuno di essi un atto di precetto.

Qualora, viceversa, l'amministratore risponda e fornisca al creditore il nome dei condomini morosi, al terzo non resterà che individuarne uno al quale notificare l'atto di precetto, intimandogli il pagamento dell'intero credito dovuto dal condominio. Pur nel silenzio legislativo, si deve ritenere che la legge 220/2012 abbia reintrodotto il criterio della solidarietà del debito. Al singolo condomino non andrà viceversa notificato (sebbene vi siano alcune sentenze che affermano il contrario) il titolo esecutivo già notificato all'amministratore: questo in quanto il condominio è soggetto privo di personalità giuridica. Alla notifica dell'atto di precetto, che è un ultimo avviso al debitore che si intende procedere in via esecutiva nei suoi confronti, dovrà poi seguire la richiesta di pignoramento sul bene (normalmente l'alloggio, ma si possono anche escutere beni mobili o crediti del pignorato verso terzi) del condomino prescelto.
Solo una volta (inutilmente) effettuate le esecuzioni nei confronti dei condomini morosi, infine, il creditore potrà poi agire (sempre per l'intero credito) aggredendo i beni dei condomini in regola con i pagamenti



07 APR 2015 --- Anche la P.A. è tenuta alla corresponsione degli “interessi commerciali” in caso di ritardato pagamento in ambito di appalti pubblici

L’art. 24 della L.161/2014 consente maggiore facilità nel recupero dei crediti contro la P.A. in quanto gl’interessi commerciali addebitabili all’ente moroso (più dell’8% per anno),  se riconducibili ad una mala gestio da parte dei funzionari pubblici, comportano profili risarcitori ad essi riconducibili, inducendo, quindi, la P.A. al confronto con le imprese creditrici per la definizione della morosità – sia nella fase patologica del precontenzioso, sia nella fase esecutiva allorquando tali crediti siano ormai conclamati in pronunce giudiziali - anche per evitare di incorrere in responsabilità.

Per comprendere appieno il contenuto delle nuove disposizioni portate dalla L.161/2014  in materia di lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali appare necessario richiamare la normativa sulla quale la medesima L.161/2014 principalmente interviene ed a tal fini ci serviamo di una sintesi a cura del Dott. Massimo Pollini.

La previgente normativa in materia di pagamenti della P.A. nel campo dei lavori pubblici

Il D.Lgs. n. 231/2002, che aveva dettato severe regole contro i ritardi dei pagamenti nelle forniture di beni e di servizi anche delle Pubbliche Amministrazioni, è stato modificato ed ampliato dal Decreto legislativo emanato in data 9 novembre 2012, pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale n. 267/2012, contraddistinto con il n. 192 ed applicabile alle transazioni commerciali concluse dal 1° gennaio 2013.

Nel nuovo Decreto viene innanzitutto definito (art. 1) l’ambito di applicazione, riservato ad ogni pagamento effettuato a titolo di corrispettivo in una “transazione commerciale”, intendendosi per tale ogni contratto, comunque denominato, tra imprese ovvero tra imprese e Pubbliche Amministrazioni che comporta, in via esclusiva o prevalente, la consegna di merci o le prestazioni di servizi contro il pagamento di un prezzo.

L’art. 3 del nuovo D.Lgs. n. 192/2012 stabilisce che il creditore ha diritto alla corresponsione degli interessi moratori sull’importo dovuto, salvo che il debitore dimostri che il ritardo nel pagamento del prezzo è stato determinato dall’impossibilità della prestazione derivante da causa a lui non imputabile.

Ai sensi dell’art. 4, comma 1, gli interessi moratori decorrono, senza che sia necessaria la costituzione in mora, dal giorno successivo alla scadenza del termine per il pagamento.

Il comma 2 del medesimo art. 4 dispone che gli interessi moratori decorrono trascorsi:

- 30 giorni dalla data di ricevimento della fattura o di una richiesta di pagamento di contenuto equivalente. Non hanno effetto sulla decorrenza del termine le richieste di integrazione o modifiche formali della fattura o di altra richiesta equivalente di pagamento;

- 30 giorni dalla data di ricevimento delle merci o dalla data di prestazioni dei servizi, quando non è certa la data di ricevimento della fattura o della richiesta equivalente di pagamento;

- 30 giorni dalla data di ricevimento delle merci o della prestazione dei servizi, quando la data in cui il debitore riceve la fattura o la richiesta equivalente di pagamento è anteriore a quella di ricevimento delle merci o della prestazione dei servizi;

- 30 giorni dalla data dell’accettazione o della verifica eventualmente previste dalla legge o dal contratto ai fini dell’accertamento della conformità della merce o dei servizi alle previsioni contrattuali, qualora il debitore riceva la fattura o la richiesta equivalente di pagamento in epoca non successiva a tale data.

Il comma 4 del ripetuto art. 4 dispone che nelle transazioni commerciali in cui il debitore è una Pubblica Amministrazione le parti possono pattuire, purché in modo espresso, un termine di pagamento superiore ai 30 giorni quando ciò sia giustificato dalla natura o dall’oggetto del contratto o dalle circostanze esistenti al momento della sua conclusione.

In ogni caso i termini di cui al comma 2 non possono essere superiori a 60 giorni (art. 5).

L’art. 6 concede al creditore il diritto anche al rimborso dei costi sostenuti per il recupero delle somme non tempestivamente corrisposte (comma 1), nonché, senza che sia necessaria la costituzione in mora, un importo forfettario di 40 euro a titolo di risarcimento del danno.

Nel settore dei lavori pubblici i pagamenti sono strettamente collegati ai tempi di emissione dei documenti riguardanti le fasi dei lavori (accertamento di inizio lavori, stati di avanzamento, certificati di regolare esecuzione, certificati di collaudo).

L’art. 140, comma 2, del D.P.R. n. 207/2010 “Regolamento di esecuzione ed attuazione del Decreto legislativo 12 aprile 2006, n. 163” (di seguito Regolamento) stabilisce che nei casi consentiti dalla legge, entro 15 giorni dalla data di effettivo inizio dei lavori, spetta un’anticipazione sull’importo contrattuale.

La tardata corresponsione dell’anticipazione obbliga al pagamento degli interessi corrispettivi a norma dell’art. 1282 Cod. civ. Il successivo comma 3 tuttavia dispone che il beneficiario decade dall’anticipazione se l’esecuzione dei lavori non procede secondo i tempi contrattuali e sulle somme restituite sono dovuti gli interessi corrispettivi al tasso legale con decorrenza dalla data di erogazione dell’anticipazione.

L’art. 141 del citato Regolamento reca che nel corso dell’esecuzione dei lavori sono erogati all’esecutore, in base ai dati risultanti dai documenti contabili, pagamenti in acconto del corrispettivo dell’appalto, nei termini o nelle rate stabiliti dal contratto ed a misura dell’avanzamento dei lavori regolarmente eseguiti (comma 1).

I certificati di pagamento delle rate di acconto sono emessi dal responsabile del procedimento sulla base dei documenti contabili indicanti la quantità, la qualità e l’importo dei lavori eseguiti, non appena raggiunto l’importo previsto per ciascuna rata (comma 2).

Il successivo art. 142 del Regolamento stabilisce che nel caso di ritardato pagamento delle rate di acconto rispetto ai termini indicati negli artt. 143 e 144 sono dovuti gli interessi a norma dell’art. 133, comma 1, del Codice dei contratti pubblici, cioè del D.Lgs. n. 163/2006.

Ora, l’art. 143, comma 1, reca che il termine per l’emissione dei certificati di pagamento relativi agli acconti del corrispettivo di appalto non può superare i 45 giorni a decorrere dalla maturazione di ogni stato di avanzamento dei lavori. Il termine per disporre il pagamento degli importi dovuti in base al certificato non può superare i 30 giorni a decorrere dalla data di emissione del certificato stesso.

A sua volta l’art. 144, comma 1, reca che qualora il certificato di pagamento delle rate di acconto non sia emesso entro il termine stabilito dal citato art. 143, comma 1, per causa non imputabile alla stazione appaltante spettano all’esecutore gli interessi corrispettivi al tasso legale sulle somme dovute fino alla data di emissione di detto certificato. Qualora il ritardo nella emissione del certificato di pagamento superi i 60 giorni, dal giorno successivo sono dovuti gli interessi moratori.

Il comma 2 del medesimo art. 144 stabilisce che qualora il pagamento della rata di acconto non sia effettuato entro il termine previsto dall’art. 143 (comma 1 per le rate di acconto) per causa imputabile alla stazione appaltante spettano all’esecutore gli interessi corrispettivi al tasso legale sulle somme dovute e qualora il ritardo superi i 60 giorni, dal giorno successivo e fino all’effettivo pagamento sono dovuti gli interessi moratori.

L’art. 143, comma 3, dispone che i capitolati speciali ed i contratti possono stabilire termini inferiori a quelli sopra indicati.

Secondo l’art. 142, comma 2, del Regolamento gli interessi previsti per i ritardati pagamenti delle rate degli acconti sono dovuti anche nel caso di ritardato pagamento della rata di saldo rispetto ai termini previsti dall’art. 141, comma 9, del Codice di cui al D.Lgs. n. 163/2006, vale a dire oltre il novantesimo giorno dall’emissione del certificato di collaudo provvisorio, ovvero del certificato di regolare esecuzione.

Il comma 2 del successivo art. 143 del Regolamento stabilisce che il termine di pagamento della rata di saldo e di svincolo della garanzia fideiussoria non può superare i 90 giorni dall’emissione del certificato di collaudo provvisorio o del certificato di regolare esecuzione. Nel caso l’esecutore non abbia preventivamente presentato garanzia fideiussoria, il termine di 90 giorni decorre dalla presentazione della garanzia stessa.

L’art. 144, comma 3, dispone che qualora il pagamento della rata di saldo non intervenga nel termine stabilito dall’art. 143 per causa imputabile alla stazione appaltante, sono dovuti gli interessi corrispettivi al tasso legale sulle somme dovute; sono dovuti gli interessi moratori qualora il ritardo superi i 60 giorni dal termine stesso.

L’art. 142, comma 3, del Regolamento reca che nel caso di concessione di lavori pubblici, per la quale il corrispettivo dei lavori consiste nel diritto di gestire l’opera accompagnato da un prezzo, il disciplinare di concessione deve prevedere la decorrenza degli interessi per ritardato pagamento del prezzo medesimo.

La fattispecie in esame si riferisce alla disposizione contenuta nell’art. 143, comma 4, del Codice dei contratti pubblici di cui al D.Lgs. n. 163/2006, che consente al soggetto concedente di stabilire in sede di gara anche un prezzo qualora al concessionario venga imposto di praticare nei confronti degli utenti prezzi inferiori a quelli corrispondenti alla remunerazione degli investimenti ed alla somma del costo del servizio e dell’ordinario utile d’impresa, ovvero qualora sia necessario assicurare al concedente il perseguimento dell’equilibrio economico-finanziario degli investimenti e della connessa gestione in relazione alla qualità del servizio da prestare.

Sull’argomento va ancora ricordato l’art. 9 del D.L. n. 78/2009, convertito dalla Legge n. 102/2009, che detta regole speciali per garantire la tempestività dei pagamenti da parte degli Enti Locali.

Secondo detta norma entro il 31 dicembre 2009 era obbligatorio adottare le opportune misure organizzative per garantire i pagamenti tempestivi delle somme dovute per somministrazioni, forniture ed appalti. L’indicazione dei tempi medi di pagamento va pubblicata sul sito internet dell’Ente (art. 23, comma 5, Legge n. 69/2009), così come le misure adottate per garantire la tempestività dei pagamenti.

Interessante nell’ambito dell’argomento in esame appare anche l’art. 6, comma 12, del D.L. n. 95/2012, convertito dalla Legge n. 135/2012, il quale reca che quali titoli e documenti comprovanti il diritto acquisito dai creditori sono considerati prioritari i provvedimenti di approvazione degli stati di avanzamento lavori, ove previsti, ovvero le fatture regolarmente emesse.

Appare utile infine richiamare l’art. 35, comma 3-bis, del D.L. n. 1/2012, convertito dalla Legge n. 27/2012, che consente agli Enti Locali di comporre bonariamente con i propri creditori le rispettive ragioni di credito e debito tramite compensazione, cessione di crediti in pagamento e transazioni condizionate alla rinuncia ad interessi e rivalutazione monetaria.

 

Le nuove disposizioni sui tempi dei pagamenti dettate dalla Legge n. 161/2014

L’art. 24 della Legge n. 161/2014, al comma 1, con norma avente valore di interpretazione autentica e quindi valida anche per il passato e per le procedure in corso, estende l’applicazione anche ai contratti di appalto per l’esecuzione di opere pubbliche o di lavori pubblici delle norme previste dal D.Lgs. n. 231/2002, come modificato dal D.Lgs. 192/2012, relative alla lotta contro i ritardi di pagamento nelle transazioni commerciali.

Come già si è visto per “transazioni commerciali” l’art. 2, comma 2, lett. a), del citato D.Lgs. n. 192/2012 intende i contratti che comportano “in via esclusiva o prevalente la consegna di merci o la prestazione di servizi contro il pagamento di un prezzo”. Nozione quindi che esclude l’esecuzione dei lavori pubblici, come peraltro risulta chiaramente dall’art. 3, commi 7, 9 e 10, del Codice dei contratti pubblici, approvato con D.Lgs. n. 163/2006.

Si era, in conseguenza, venuta a creare una situazione di difficoltà interpretativa ed applicativa delle regole sui contratti di lavori pubblici, che restavano esclusi, non era chiaro per quale motivo, dall’applicazione della normativa contro i ritardi nei pagamenti da parte della PA.

Peraltro parte della giurisprudenza (si veda TAR Piemonte n. 250/2004 e TAR Lazio n. 12229/2008) e della dottrina ritenevano già in passato applicabile la normativa prevista dal citatoD.Lgs. n. 231/2002, come sopra modificato, anche ai pagamenti dei lavori pubblici, i quali però nel Codice dei contratti pubblici e relativo Regolamento, approvato con D.P.R. n. 207/2010, continuavano ad avere una disciplina ad hoc. La recente Legge n. 261 ha portato quindi un chiarimento necessario nella importante materia.

Un altro aspetto rilevante della nuova Legge, con una dizione per il vero assai contorta, è contenuto nel comma 2 dell’art. 24, secondo il quale i termini ed i tassi di interesse dovuti per ritardati pagamenti indicati nel Codice dei contratti e relativo Regolamento, nonché in leggi speciali, si applicano in luogo di quelli previsti dal ripetuto D.Lgs. n. 231/2002 e s.m. solo se più favorevoli per i creditori.

I principali casi riguardanti i lavori pubblici che rientrano nella nuova norma sono quelli di seguito indicati. Relativamente ai tassi di interesse dovuti in caso di ritardato pagamento si può dire che in linea generale sono più favorevoli ai creditori, e pertanto devono trovare applicazione, quelli previsti dal nuovo art. 5 del D.Lgs. n. 231/2002, nella versione portata dal D.Lgs. n. 162/2012, che dispone l’applicazione degli interessi legali di mora, corrispondenti al tasso di riferimento maggiorato di 8 punti percentuali. Poiché l’ultimo tasso di riferimento, in base alla decisione della BCE in data 11 giugno 2014, è uguale allo 0,15%, attualmente il tasso utilizzabile è pari all’8,15%.

- Anticipazioni contrattuali ex art. 140, comma 2, Regolamento. Se consentito dalla legge, entro 15 giorni dalla data di effettivo inizio dei lavori, spetta all’esecutore un’anticipazione sull’importo contrattuale. Il termine di 15 giorni è più favorevole per il creditore rispetto a quelli previsti dalla normativa sui ritardi di pagamento e quindi continua ad essere applicabile.

Pagamenti in acconto. L’art. 141 del Regolamento dispone che nel corso dell’esecuzione dei lavori sono erogati all’esecutore pagamenti in acconto del corrispettivo dell’appalto. Come si è già visto, sono sostanzialmente previsti due termini, disciplinati dagli artt. 142, 143 e 144 del Regolamento stesso. Il primo è di 45 giorni a decorrere dalla maturazione di ogni stato di avanzamento ed il secondo è di 30 giorni decorrenti dalla data di emissione del certificato ed il mancato rispetto di entrambi i termini è sanzionato tramite il pagamento di interessi a favore dell’esecutore. Il termine di 45 giorni è meno favorevole al creditore rispetto a quello previsto dalla normativa sui ritardi di pagamento e quindi andrà portato a 30 giorni, possibilità questa espressamente consentita dall’art. 143, comma 3, del Regolamento, il quale dispone che i capitolati speciali ed i contratti possono stabilire termini inferiori a quelli previsti dal Regolamento stesso. Il termine di 30 giorni è invece perfettamente in linea con le disposizioni della normativa sui ritardi di pagamento e pertanto può continuare ad essere applicato.

- Pagamento rata di saldo. L’art. 142, comma 2, del Regolamento stabilisce che gli interessi previsti per i ritardati pagamenti delle rate degli acconti sono dovuti anche nel caso di ritardato pagamento della rata di saldo rispetto ai termini previsti dall’art. 141, comma 9, del Codice, vale a dire oltre il novantesimo giorno dall’emissione del certificato di collaudo provvisorio ovvero del certificato di regolare esecuzione. In applicazione dell’art. 143, comma 3, del Regolamento, i capitolati speciali ed i contratti dovranno prevedere un termine non superiore a 30 giorni, non essendo più applicabile il termine di 90 giorni.

Concessione. L’art. 142, comma 3, del Regolamento stabilisce che le concessioni che prevedono anche la corresponsione di un prezzo devono prevedere la decorrenza degli interessi per il ritardato pagamento del prezzo medesimo. Ebbene anche in questo caso è applicabile la normativa sui termini di pagamento prevista dal D.Lgs. n. 231/2002 e s.m.

Resta ferma, in tutti i casi sopra indicati, la possibilità per la PA di pattuire termini fino a 60 giorni quando ciò sia oggettivamente giustificato dalla natura particolare del contratto o da talune sue caratteristiche ex comma 4 dell’art. 4 del D.Lgs. n. 231/2002, come modificato dall’art. 24, comma 3, lett. a), n. 2, della citata Legge n. 161/2014.

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11 DIC 2014 --- Possibili soluzioni alle crisi d'impresa

Le imprese in crisi, a seconda delle situazioni debitorie in cui versano, possono scegliere varie soluzioni alternative al fallimento con l'ulteriore vantaggio di non dover subire azioni esecutive di recupero crediti e cioè:

PIANO DI RISANAMENTO

È una procedura (prevista dall’articolo 67 del Regio decreto 267/1942) più snella rispetto alle altre poiché non è necessario l’intervento del Tribunale fallimentare né tantomeno il deposito obbligatorio di atti nel Registro Imprese. Inoltre, consente all’impresa in crisi una maggiore protezione, dovuta all’impossibilità per i creditori di avviare azioni revocatorie per tutti gli atti, i pagamenti e le garanzie concesse sui beni aziendali.

 

RISTRUTTURAZIONE DEBITI

L’accordo per la ristrutturazione dei debiti (articolo 182-bis del Rd 267/2942) è una procedura da preferire alle altre quando la crisi dell’impresa, pur essendo grave, è ancora abbastanza gestibile, ossia quando è possibile soddisfare i creditori fino al 40% dei propri debiti. Inoltre, questa procedura consente all’imprenditore di gestire personalmente la propria azienda in totale autonomia, non essendo prevista la nomina di un commissario giudiziale.

 

CONCORDATO PREVENTIVO

Procedura (prevista dagli articoli 160 e seguenti del Rd 267/1942) che consente, come d’accordo di ristrutturazione dei debiti, di bloccare le azioni esecutive e cautelari sul patrimonio del debitore e l’acquisizione dei diritti di prelazione come le ipoteche. Inoltre consente di conseguire l’esenzione da azione revocatoria per gli atti, i pagamenti e le garanzie legalmente posti in essere dopo il deposito della domanda anticipata di concordato.

 

L’OPZIONE FALLIMENTARE

Il concordato fallimentare (previsto dall’articolo 124 del Rd 267/1942) è una valida alternativa alla liquidazione dell’attivo dell’impresa in procinto di fallire. E conviene non solo all’imprenditore in crisi, ma anche ai creditori, che possono trovare vantaggioso entrare in possesso di beni, anche relativi all’impresa in via di fallimento (o a sue parti), che possono riprendersi dalla situazione di crisi che ha portato verso il fallimento.

 

CESSIONE DELL’AZIENDA

In caso di fallimento, nell’ambito della relativa procedura, si può pensare alla vendita dell’impresa fallita. Lo prevede l’articolo 105 del Regio decreto 267/1942. Tale procedura – quando la situazione dei conti e del patrimonio non consente altre soluzioni – rappresentata un’utile soluzione, non solo per i creditori (che possono risultare maggiormente soddisfatti), ma anche per la collettività nel suo complesso (basti pensare ai posti di lavoro salvati).

 

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11 DIC 2014 --- Fallimento società cancellata (2° news)

La possibilità che una società sia stata dichiarata fallita entro l'anno dalla cancellazione dal Registro comporta che il procedimento per la dichiarazione di fallimento e le eventuali impugnazioni continuino a svolgersi nei confronti della società nonostante la cancellazione.

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11 DIC 2014 --- Fallimento società cancellata

Nel procedimento per la dichiarazione di fallimento di una società di capitali cancellata dal Registro delle imprese, la legittimazione al contraddittorio spetta al liquidatore sociale: anche se la cancellazione implica l'estinzione della società (2495 c.c.) entro un anno si può, ai sensi dell'art. 10 L.F., dichiarare il fallimento con processo in contraddittorio con il liquidatore. Questi, anche dopo la cancellazione, può proporre reclamo contro la sentenza di fallimento.

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02 DIC 2014 --- Colefin.com

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